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Tabù di Giordano Tedoldi

È uscito per Tunué romanzi, l’ultimo libro di Giordano Tedoldi, “Tabù”.

Ne parleremo. Ma prima di parlarne, riportiamo una sequenza narrativa, tratta dalle pagine 78-80.

Dopo aver citofonato, la cancellata a frecce si è aperta con uno scatto, e si procede per una stradina che, aggirando un cortile spelacchiato ombreggiato da un solitario, malinconico salice, porta a un lastricato in ciottoli ocra, come un bastione elevato di un paio di metri sopra la spiaggia di sabbia nera, abbastanza stretta, che si stende sulla sinistra. Così, si arriva al portone principale del castello; ma prima di arrivare, vedo Dolly, con un montgomery blu con tutti gli alamari allacciati (anche l’ultimo in fondo, mi pare, e il montgomery è un po’ grande su di lei così piccola, le falde in basso sembrano una gonna al ginocchio) per difendersi dal maestrale, seduta a un tavolo sistemato proprio fuori dell’ingresso, con sul piano numerose tazze che sta lasciando asciugare, e dipingendo e decorando di blu, verde, oro, e molti altri colori. Da quaggiù la vedo che ogni tanto, dal suo piccolo sgabello, si volta a guardare il mare buio, irato, poi torna alla tazza cui sta lavorando come se nelle conche delle onde avesse visto lo smalto o i colori da applicare. «Ciao Dolly». Non si volta ma assume un delizioso sorriso – ha un rosso fragola sulle labbra, cose da quattordicenne che solo lei può permettersi – e restando con le palpebre abbassate, mentre cambia pennello, risponde uno squillante «Ciao! Mi dai per favore la cristallina? Quel vasetto bianco», gliela passo, lei completa l’opera col pennello, stringe le labbra soddisfatta, mi guarda. «Come stai?» le chiedo, dopo il battere di quei tre tempi. «Bene, a parte l’asma e la voce che va e viene». «Ti fa bene stare qui? Le giornate sono spesso brutte come questa?» «Quale brutta!» ride Dolly, «Non capisci niente, come sempre con quel tuo cervellaccio». «CV’è maestrale, è freddo, umido». «Maestrale… conosci i venti?» «Il maestrale, lo scirocco, il ponente. Gli altri non li distinguo ma vado per esclusione, a tentoni, sulla base di quelli che conosco». «E i colori, li distingui o anche lì vai per esclusione?» «Dipende». «Di che colore è il mare oggi?» Mi giro a guardarlo: è divertente assecondarla quando diventa bambina. «Grigio». «Macché, è argento». «Argento?» «Sì, e sai perché?» «No, perché?» «Perché sotto c’è il ghiaccio». «Sotto il mare?» «Uh uh» annuisce alzando le sopracciglia. Cammino fino al bordo del bastione e guardo. Perché no, può essere benissimo che sotto ci sia il ghiaccio, se lo dice Dolly. «E non si scioglie?» torno a domandarle.  «No» scuote la testa alzando le sopracciglia. «Da quanto sei qui?» «Boh», prende una tazzina bianca e ne esamina la ceramica, «Questa la faccio tutta grigia per te». «Mi posso sedere?» «Certo, prego». Mi siedo sulla panca dietro al tavolo, guardando il mare. «Con chi vivi qui?» «Da sola». «E il proprietario?» «Non viene mai». «Chi è?» «Un architetto». Mi volto a osservare il castello e cerco di indovinare eventuali interventi  da architetto eccentrico. Non ne trovo nessuno. Poi un dettaglio mi colpisce: la stretta feritoia della torre riflette un po’ del rosa pompelmo del cielo nell’imminenza del tramonto. Mi avvicino, la feritoia è in altotra il primo e il secondo piano del palazzetto. È coperta da un vetro, ma è quello che c’è dietro al vetro che è strano. «c’è l’acqua. È piena d’acqua, è una cisterna» mi dice Dolly. «Ah».  «Non c’era mica la torre. È finta. È solo una cisterna». «Cioè, questo matto ha ristrutturato il castello con la torre per coprire la cisterna dell’acqua?» «Uh uh» annuisce Dolly alzando le sopracciglia. «E qui di fronte, sotto il mare, c’è il ghiaccio» torno a sfruculiarla. «Sì, e ci si può andare». «Dove?» «Sul ghiaccio, a vedere». Mi risiedo sulla panca. «Dolly, scusa la domanda franca, ma che ti è successo?» E Dolly finalmente la smette con tutte le smorfie, la mimica, le pose, le tazze, gli smalti, la cristallina e i pennelli di vario formato, tutti gesti e azioni scritti su una partitura tanto ambigua quanto incantevole. Si rivolge a me seria, come chi deve fare un discorso indifferibile. «È passato il tempo, Piero. È passato un sacco di tempo. Ecco che è successocosa credi che succeda quando passa il tempo: le cose cambiano e non sembrano avere più niente a che fare con quelle di prima. Ci vuole un po’ ma poi, vedrai, ti sembrerà normale, se non proprio familiare. Anche tu mi sembri parecchio strano, ma io lo so che quando passa il tempo, divora tutto».

“Partitura di colori ambigua e incantevole”. Il lastricato di ciottoli rosa, la spiaggia di sabbia nera, il montgomery blu di Dolly, le tazze bianche, il blu, il verde e l’oro con cui Dolly le dipinge. Il mare buio, il rosso fragola delle labbra di Dolly, il mare argento, il rosa pompelmo del cielo sul far della sera. Eppure tutti questi colori non mutano il grigio di Piero, il protagonista, se è vero che per lui, Dolly la tazza la dipinge di grigio. Anche ne “I segnalati” (Fazi, 2013),Tedoldi aveva lavorato sui colori con un analogo gusto metaforico: si pensi agli appartamenti attraversati, le cui pareti erano il correlativo oggettivo delle emozioni dei protagonisti.

 

Gianluca Minotti